giovedì 18 febbraio 2010

Il Viaggio

C’era una volta un nobile Cavaliere che viveva in un magnifico castello, in un regno prospero, fiorente e tanto vasto di cui nessuno conosceva i confini per quanto lontano ci si potesse spingere.
Il Cavaliere, da tutti molto amato e rispettato, aveva un’armatura, una meravigliosa e bellissima armatura fatta di un metallo straordinariamente resistente che lo proteggeva da qualunque attacco nemico e lo riparava da qualsiasi pericolo potesse sopraggiungere. L’armatura era così bella, così magicamente sottile, liscia e lucida che lasciava trasparire le sembianze del bel Cavaliere, e intanto rifletteva con bagliori argentei e lunari ogni raggio di luce che incontrava la sua superficie. E, meraviglia delle meraviglie, era così leggera e flessibile l’armatura, quasi impalpabile, che al Cavaliere non sembrava nemmeno di averla indosso, tanto lo lasciava libero in ogni movimento desiderasse compiere.
Così il Cavaliere viveva, circondato dagli agi di una vita di corte allegra, prospera e serena, e non mancava certo di divertirsi e di fruire di ogni ricchezza e piacere che gli veniva concesso. Era così affascinante il Cavaliere nella sua splendida armatura, così ammirato e conteso sia dagli amici che lo cercavano per la piacevolezza della sua compagnia, sia dalle dame che, attratte dal mistero della sua impenetrabilità, gli offrivano le loro grazie senza indugi… eppure non era completamente felice. O meglio, in lui il senso di felicità, ogni volta che sembrava emergere, si trasformava invariabilmente in una sorta di strana e struggente malinconia che gli stringeva il cuore e gli appannava lo sguardo… si sentiva come se gli mancasse qualcosa.

Allora si guardava allo specchio, vedeva se stesso nella bella armatura e si accorgeva che, per quanto l’armatura fosse magicamente leggera e quasi trasparente…eh sì, quel “quasi” era di troppo… non gli permetteva di vedere, di sentire, di toccare completamente, come lui avrebbe voluto. Si rendeva conto, in quei momenti, che non si era mai visto in viso veramente. Nessuno lo aveva mai visto. L’armatura che lo proteggeva era come un velo resistente, sottile, ma pur sempre un velo che lo separava dal mondo. Per quanto sembrasse leggera, era fredda, l’armatura, e in quei momenti gli pesava sul cuore, e il Cavaliere avrebbe voluto togliersela di dosso almeno ogni tanto per sperimentare appieno il calore del sole o di un tocco che riscaldasse e penetrasse la sua anima.
Sfortunatamente, l’armatura pareva bene assicurata intorno al corpo del Cavaliere da una serie di serrature, e il Cavaliere non ricordava dove fosse la chiave che le apriva… sempre che esistesse, quella chiave. Perché, in effetti, per quanto il Cavaliere si sforzasse di ricordare il momento in cui aveva indossato l’armatura, quel momento gli sfuggiva… proprio come se l’avesse avuta indosso da sempre. Andando indietro con la memoria, infatti, il Cavaliere si rendeva conto che in tutti i suoi ricordi l’armatura che portava era presente, come una seconda pelle. Sembrava quasi che l’armatura fosse nata e cresciuta con lui, confinandolo a una sorta di limbo, un riflesso ovattato della vita reale. La cosa che più lo inquietava era che nessuno potesse aiutarlo, perché per quanto chiedesse a destra e a manca, nessuno pareva saperne più di lui sull’argomento… anzi, pareva proprio che nessuno capisse a cosa lui si riferiva quando parlava della sua armatura… né tanto meno se ne trovava la chiave.
Da qualche tempo, inoltre, il Cavaliere si era reso conto che l’armatura non gli era poi così indispensabile. Di fatto abitava in un luogo pacifico, era circondato da persone serene, di conflitti o guerre neanche l’ombra, nemmeno ai confini del regno…e allora perché proteggersi tanto? Finalmente il Cavaliere decise di consultare il Saggio che viveva nella torre più alta del castello, un Mago che pareva conoscere la risposta a tutte le domande. E quando il Mago lo accolse, il Cavaliere gli chiese se per caso conoscesse il segreto della sua armatura, che senso avesse e, soprattutto, cosa doveva fare per liberarsene.
Il Mago lo guardò a lungo con fare enigmatico, come soppesando ogni parola che gli passava per la mente, dicendo infine:
“Figliolo, solo a te è dato conoscere il mistero della tua armatura, e io non posso far nulla se non dirti: trova la chiave che l’apre! Spingi te stesso oltre i confini di ciò che già conosci e abbi il coraggio di guardare al di là di ciò che già vedi. Come hai compreso, l’armatura racchiude un segreto, e nasconde e protegge una realtà più profonda e vera di quella che tu puoi immaginare. Nessuno può compiere il viaggio al posto tuo: tua è l’armatura, tuo è il cammino per svelarne il senso. Non posso dirti di più, se non: va’ e non tornare finché non avrai scoperto l’enigma arcano che si cela nella tua straordinaria armatura, perché solo allora troverai la felicità…”
Allora il Cavaliere decise di mettersi in viaggio, lasciandosi alle spalle corte, cortigiani e castello, agi e piaceri mondani, alla ricerca della chiave che avrebbe potuto liberarlo da quell’armatura, e di qualcosa che potesse renderlo veramente felice.
Vagando per monti e per valli il Cavaliere incontrò tante persone e tante creature ordinarie e straordinarie a cui chiedere indizi e aiuti per trovare la chiave che cercava. Si spinse nei regni fatati, si inoltrò nelle viscere della terra, ebbe accesso a dimensioni insolite popolate da esseri a volte inquietanti, pieni di conoscenza. Poiché il Cavaliere aveva bei modi ed era sincero nella sua ricerca, chi lo incontrava gli dava ascolto e sembrava sinceramente desideroso di aiutarlo… ma, invariabilmente, nessuno poteva essergli d’aiuto. E in lui aumentava sempre più il senso di malinconia.
Ormai stanco e rassegnato, sempre più prigioniero dell’armatura che lo proteggeva da pericoli che si rivelavano sempre più inesistenti, il Cavaliere giunse sulle rive di un Lago, circondato da alte e innevate montagne che sembravano poste a guardia della sua vasta quiete. Calmo e limpido, il Lago riempiva l’anima di pace, una pace appagante che generava serenità e pienezza. Un meraviglioso Castello sorgeva, isolato e solitario, tra le acque profonde e cristalline, al centro del Lago. Pareva fatto di pura luce cangiante, tanto spiccava nella distesa d’acqua. Il Cavaliere era molto stupito, poiché non v’erano strade, né ponti che sembrassero congiungere il Castello alla riva… e nemmeno vedeva imbarcazioni, o punti di attracco. Rimase lì, muto, a contemplare il bellissimo e straordinario Castello che svettava con le sue torri candide: un’immagine che, non sapeva perché, lo commuoveva profondamente e lo faceva sentire ancora più malinconico di sempre.

Scese la notte, e il Cavaliere non sapeva distogliersi dalla vista del Castello nel Lago. Vi si sentiva irresistibilmente attratto e non aveva idea di come raggiungerlo…temeva che l’armatura, per quanto leggera, potesse trascinarlo a fondo condannandolo a una morte gelida, oscura e inevitabile, e a quel pensiero rabbrividiva dal profondo, perché se c’era qualcosa di cui aveva sempre avuto paura, quella cosa era proprio l’Acqua.
Finalmente si addormentò, lasciandosi trasportare dai suoi pensieri in un sonno profondo e rigenerante. E sognò, il Cavaliere. Sognò di svegliarsi improvvisamente al tocco di una mano delicata che gli sfiorava l’armatura sul viso. Era un tocco di cui poteva intuire e immaginare il calore oltre la copertura che lo proteggeva e lo riparava… da cosa?... Si sentiva confuso mentre, levando lo sguardo, percepiva la presenza di una figura femminile, una bellissima Dama china su di lui. La Dama non parlò se non con il suo sguardo intenso e con un gesto che invitava il Cavaliere verso il Castello…
Il Cavaliere, non vedendo imbarcazioni, fece appena in tempo a chiedersi come avesse potuto attraversare le acque del Lago… Poi tutto si dissolse, e il Cavaliere si svegliò… davvero questa volta… forse…
Era l’alba, e il Cavaliere si chiedeva se avesse sognato o meno, o se stesse ancora sognando... Trascorse l’intera giornata contemplando il Castello nel Lago, rivedendo e immaginando ad occhi aperti la Dama che aveva visto in sogno.
Sopraggiunse la notte, e il Cavaliere, incurante della fame e del freddo che cominciava a farsi sentire, finalmente si addormentò. Ancora una volta, gli parve di svegliarsi a quel tocco capace di destarlo, riemergendo dal limbo in cui si trovava tra veglia e sonno…De ancora una volta lei era là, bellissima e regale… e il Cavaliere divenne in un lampo consapevole di trovarsi di fronte non a una nobile Dama, bensì alla Regina stessa del Castello sul Lago, che con un gesto invitante lo induceva a seguirla verso il Castello… come? Come avrebbero attraversato le acque che li separavano dal Castello, si chiese il Cavaliere? E come lui, semplice Cavaliere, poteva aspirare al cuore di una Regina? E a quelle mute domande, ancora una volta, tutto prese a dissolversi e il Cavaliere si ritrovò amaramente solo, a riflettere sull’accaduto mentre la sua armatura rifletteva l’immagine del Castello che si specchiava nel Lago…

Ancora una volta il sole sorgeva, e il Cavaliere lasciava trascorrere un’altra giornata contemplando il Castello nel Lago, mentre aspettava la notte… In quel momento, l’unica cosa che gli appariva chiara era che sarebbe potuto entrare nel Castello solo una volta libero dall’armatura che lo isolava e gli attanagliava le carni. Mai aveva desiderato così tanto di esser libero da quell’armatura, compagna di vita cresciuta con lui. Quello e quello solo era il suo desiderio, il desiderio d’esser libero da difese e protezioni che avevano fatto di lui un essere solo, separato, isolato dal mondo, quel mondo che gli si presentava per la prima volta attraverso la vista del Lago e del Castello, quel mondo del quale la Regina lo attirava e invitava a sé… Il Cavaliere voleva seguire la Regina nel Castello, quello era il prepotente desiderio che gli ardeva nel petto e che sembrava consumargli le pareti del cuore. Mai prima d’ora aveva provato nulla di tanto intenso, così intenso da rasentare il dolore. E l’armatura non poteva proteggerlo dal dolore di quella separazione. Né tanto meno dall’acqua che tanto temeva…
Ancora una volta giunse la notte ad accoglierlo, e il Cavaliere si lasciò scivolare in quello stato in cui la coscienza diradava i suoi appigli e si espandeva oltre i confini del giudizio…
E finalmente la Regina lo risvegliò toccandolo, ancora una volta, e ancora una volta con un cenno gli mostrò la distesa d’Acqua, unica via verso il Castello, mentre l’altra sua mano si distendeva verso di lui. E questa volta il Cavaliere, senza farsi domande, la seguì, nonostante di fronte a lui non vi fosse altra strada visibile che l’Acqua.

E si svegliò ancora una volta il Cavaliere, e questa volta era l’alba, e lui era lì, nell’Acqua che lo avvolgeva penetrando e dissolvendo ogni difesa e protezione… e si sentiva sciogliere il cuore da quanto l’Acqua era così dolcemente e piacevolmente accogliente, calda e rigenerante… Si abbandonò, il Cavaliere, e si svegliò ancora… dal sogno nel sogno… e risvegliandosi comprese in quell’istante presente che fino ad allora aveva sempre e solo dormito, e la sua vita non era stata nient’altro che un sogno… e quello che sembrava un sogno era la vita vera, reale, Reale, che attendeva da sempre il suo risveglio. E come svaniva l’aspetto oscuro e inquietante dell’acqua, lasciando spazio a una Via chiara e diretta per il Castello e per il centro del suo cuore, così era svanita l’armatura che, forse… forse non era mai esistita.
Ora il Cavaliere vedeva il suo volto vero, Reale, senza veli, felicemente riflesso nelle Acque terse e limpide del Lago.

lunedì 1 febbraio 2010

Ieri, 31 gennaio, in serata ho guidato una meditazione dedicata alla purificazione, all’integrazione, alla guarigione, nel rispetto di alcune antiche tradizioni comuni a differenti culture. Come sempre, non sapevo esattamente cosa avrei fatto, di cosa avrei parlato... Ho solo scelto alcuni brani di musica da utilizzare nel movimento, seguendo un’ispirazione che mi parlava di risvegliare il corpo da terra a cielo, riempirlo di respiro e di luce, e poi scuotere via ciò di cui ci si voleva ripulire e liberare, per concedersi infine l’ascolto del ritmo del cuore e una pioggia di luce guaritrice da cielo a terra… E quel che segue è la riflessione - frutto di ciò che quel momento di condivisione (eravamo una quindicina...) ci ha regalato...

Integro... significa insieme puro e completo.
Integrare significa compiere i passi per tornare all’integrità, a una purezza originaria e a una completezza intrinseca della quale non siamo ancora consapevoli, non fino a che non l’abbiamo sperimentata… perché è inutile avere a disposizione un palazzo di 30 meravigliose stanza per vivere, se ci limitiamo ad abitarne 4 o 5… allora integrare significa prendere atto di avere 30 stanze, visitarle una per una, aprirne porte e finestre per fare circolare aria, luce, calore… e renderle accoglienti, piacevoli da vivere… e comprenderne l’uso che ci si può fare di esse, e utilizzarle di conseguenza…

Così integriamo: conoscendo noi stessi, riconoscendo quanto è parte di noi, recuperandone consapevolezza, e divenendo presenti a ciò che siamo… riconnettendoci con la nostra Natura Reale, con ciò che già realmente siamo senza ancora saperlo, finché non ne facciamo esperienza…
E la purificazione è come il momento in cui si decide di aprire la porta di accesso a una di quelle stanze precluse da dolore o paura… perché spesso le stanze ci servono da ripostiglio, ci immagazziniamo dentro quei dolori che quando si presentano ci sembrano troppo grandi, troppo pesanti, troppo ingombranti per essere accolti e accettati… e allora ci illudiamo di poterli nascondere per sempre ai nostri occhi e li chiudiamo dietro una qualche porta che pensiamo di poter sbarrare, e così facendo alla fine ce li imprigioniamo dentro… così facendo non li lasciamo andare, alla fine… perché il dolore è un ospite pur sempre passeggero, quando abbiamo la pazienza e il coraggio di affrontarlo… ma a volte possiamo concederci di tenerlo sotto chiave per un po’, finché avremo l’impressione di poterne sostenere la presenza… Dobbiamo solo ricordarci di aprire la porta per lasciarlo andare, quando avrà fatto il suo lavoro… perché, alla fine, scopriremo che avrà dato un senso all’esistenza della casa medesima… la nostra esistenza…
Perché altrimenti il dolore, celato e imprigionato pur d’essere nascosto alla vista e al sentire, finirà col farci dimenticare le stanze stesse in cui è rinchiuso… e noi ci precluderemo di vivere appieno… e il palazzo, il corpo stesso, inizierà a manifestare i primi segni di cedimento...
Dove non c’è presenza, dove non c’è consapevolezza, non c’è comunicazione. Non c’è scambio. Non c’è vita. E il nostro corpo, dove il dolore è imprigionato, si deforma pur di contenerlo… ma non c’è alternativa, se si vuol lasciare scorrere il flusso della Vita: bisogna aprire quelle porte, liberarlo, trovando prima quella forza, quel coraggio, quelle risorse interne ed esterne che ci permettono di lasciarlo uscire, di guardarlo senza paura, di lasciarlo passare attraverso di noi… e osservarlo, mentre se ne va….

Così avremo liberato quegli spazi, quelle stanze nel nostro essere, e potremo riappropriarcene, e ripulirle, e goderne, e gioirne… Integri, completi, guariti…
Perché le forze della guarigione non sono altro che le Forze stesse della Natura…perché la Natura, quando è lasciata fare, tende a ripristinare naturalmente ogni Equilibrio… tende all’Armonia, al rispetto di un Ordine che vede alternarsi fasi organizzate in ritmi e in cicli dove la anche la distruzione altro non è che la purificazione necessaria alla rinascita e alla riedificazione… Guarire richiede la liberazione da quegli ostacoli, da quelle restrizioni che impediscono alle Forze naturali di circolare liberamente… per portare a compimento l’Opera… che altro non è che il processo stesso di Integrazione…

sabato 9 gennaio 2010

Immagin-azione

Quando mi trovo di fronte a qualcosa che non riesco a comprendere per quanto mi è nuova, o estranea, faccio “come se” potessi comprenderla… IMMAGINO di poterla comprendere, così come quando mi preparo a compiere un movimento nel danzare… Immagino di compierlo, quel movimento...e continuando a immaginare CON TUTTI I MIEI SENSI, con tutta me stessa, “SENTO” che pian piano il movimento si fa strada fino a divenire possibile… Così espando la mia capacità di apprendere, di accogliere… E una volta che l’ho fatto, DECIDO se quella cosa mi serve, se quell’espansione mi è davvero utile. Allora posso selezionare, scegliere, discernere davvero COSA ACCOGLIERE, senza cadere nella trappola dell’esclusione a priori di ciò che si presentava così diverso da quello che mi corrispondeva…

domenica 6 dicembre 2009

Tutto... e Niente...

Sì, da molto tempo non scrivo nulla di nuovo su queste “pagine”… sono pagine di vita, e non ho solo questo luogo in cui scrivere. Scrivo ovunque biancheggi lo spazio che occorre alle parole per formare immagini ed evocare sensazioni…forse, chissà, emozioni….o sentimenti.

Ho scritto tanto, ultimamente. Ho scritto quello che da anni aspettava di essere scritto da me… perché è vero che le cose “si fanno” da sole… ed è anche vero che le cose, per farsi da sole, hanno spesso bisogno di persone che prestino mani, occhi… a volte un corpo intero… o forse solo un punto di vista dal quale scaturire, nascere… e allora, più che un punto di vista, un punto… e basta… vuoto, come una pupilla...

E mi viene in mente che una volta… forse un anno fa... a una persona, ho prestato o, meglio, dato senza pensare a un ritorno - perché quando si presta, si pensa che ciò che si presta ritorni… e allora ho proprio dato... me stessa, per intero.
L’ho fatto sentendo in quel momento che ero solo un semplice strumento perché quel che doveva arrivare le arrivasse. E quando quel che è arrivato è passato, mi sono sentita davvero un punto nello spazio, o forse… o meglio… solo uno spazio e basta… senza nome. Un’apertura fatta di nulla… come una donna può essere. Nulla. Un vuoto. E niente d’altro.

Amare a volte forse è fare semplicemente ciò che al momento va fatto, senza mettere di mezzo quello in cui ci si identifica. Amare forse è soltanto lasciar passare l’amore e lasciarlo andare, anche se non ha i connotati che abbiamo sempre pensato dovesse avere.

Ho scritto tanto, in questi mesi, stando in quel nulla, sentendomi quel nulla.
Da quel nulla è nato un libro.
Forse, amare è anche sentirsi un emerito nulla che può vedere, e sentire, e percepire, e lasciar scorrere tutto…

sabato 15 agosto 2009

Doni

Oggi festeggio. Veramente festeggio tutti i giorni, tutti i giorni celebro l'essere viva, in buona salute, circondata da creature meravigliose... persone in carne ed ossa e non solo... presenze amorevoli che rendono ogni prova più sostenibile...

Festeggio, perchè una persona che ho molto amato e che mi ha instradata e accompagnata per tre anni della mia vita, prima di lasciare la sua esistenza terrena un anno fa mi ha raccomandato di celebrare in alcuni momenti dell'anno le ricchezze e i doni da me ricevuti dal mondo spirituale che percepisco come la Fonte di questa mia esistenza, ritrovandomi con alcuni Amici e condividendo con loro un momento di convivialità... Amici, fratelli e sorelle...compagni di percorso con i quali mi ritrovo... trovando me stessa, perchè con loro sono libera di manifestarmi come sono, come ogni giorno mi svelo anche ai miei stessi occhi. Una manifestazione della Vita in forma umana, femminile, adesso.

Quella persona si chiamava Habiba Abdurahimova, la Maestra, la Shaykha, la Mamma, la Guaritrice... la Santa Sufi uzbeka che la Vita un bel giorno mi ha messo accanto e che accanto mi è ancora... e quanto la sento, adesso... quanto è presente...

Curiosa, la Vita. Da anni ero vicina a Shaykh Nazim, Maestro della via Sufi Naqshbandi, la via del Sigillo Divino impresso nel cuore... una Via che prende nome e forma proprio in Uzbekistan, dal Santo Shah Bahauddin Naqshbandi, secoli e secoli fa... e chiedevo in cuor mio se mai avrei incontrato la controparte femminile o, meglio, la manifestazione al femminile di quella Via... perchè già sapevo che nella mia vita il prendermi cura avrebbe avuto un posto preminente, e già sapevo che la guarigione e il ripristino dell'armonia sono doni che appartengono nella maggior parte dei casi alle donne, doni che quelle donne possono trasmettere...

Grazie, Mamma Habiba, per avermi trasmesso quei doni che solo ora, finalmente, posso accogliere... consapevole di ciò che comportano... prima di tutto, il dovere di essere esempio tangibile di come certe Forze possano manifestarsi per portare o ripristinare equilibrio, ordine, armonia...
E questo mi "obbliga" a star bene... mi obbliga ad "incorporare" io per prima ciò che potrò anche solo minimamente trasmettere, o trasferire, ad altri... perchè è la trasmissione che conta... in quel contatto, il passaggio di informazioni che ripristinano l'equilibrio... che riportano alla Fonte... all'Origine... dove tutto è perfetto... dove l'Esistenza è Divina, e dovremmo solo ricordarla, quella perfezione... per riconoscerla in noi...
Grazie.

martedì 4 agosto 2009

Presenza

A volte è difficile lasciare andare le cose che conosciamo bene... e le persone... persone che magari ci sono care... e quando se ne vanno o sembra che stiano per andarsene, vorremmo che ci avessero dato più tempo... per star loro insieme...

A volte, per rimpiangere chi se ne va senza darci altro tempo, perdiamo di vista chi c'è adesso, accanto a noi, pronto a svelarsi e a darci il suo tempo...

Se solo potessimo vivere presenti, sempre... e occuparci con il presente stesso, accogliendo i suoi doni... anche quando fanno male...

Se potessimo essere svegli, sempre... coscienti e consapevoli di ciò che ci scorre accanto, o attraverso...

...Arriveremmo puntuali a ogni appuntamento, coglieremmo ogni occasione, onoreremmo ogni regalo che la Vita ci affre, sotto la forma di eventi, persone, relazioni... nuove consapevolezze...

Di certo non ci aiuta vivere al passato, di certo nemmeno ci aiuta dimenticarlo senza averne colto i segni e i frutti. Possiamo lasciarlo una volta elaborato... quando è divenuto parte di noi, presente... quando è integrato... in te grato... quando possiamo dire "grazie" a quell'esperienza, allora possiamo andare oltre... verso un nuovo presente...

venerdì 31 luglio 2009

Storie di ordinaria Manutenzione...

Oggi mi sento profondamente grata e commossa. Per come la vita è straordinaria, per quanto è generosa, per come e quanto le persone possono sorprendere con le loro azioni, i loro regali o, semplicemente, con la loro esistenza...

A volte mi sono chiesta come tutto sia cominciato. A volte mi sono chiesta come sono arrivata fino qui, fino al punto in cui mi trovo ora.
Sì, la mia storia di vita la conosco, ci mancherebbe altro... ma ci sono punti cruciali in questa storia, punti di svolta, e alcuni di essi si sono persi strada facendo nei meandri della mia memoria... e a volte mi sarebbe piaciuto, e mi piacerebbe, ritrovarli per ritracciare la strada, appunto, che mi ha portata fin qui vedendomi letteralmente cambiare forma, una volta...
A volte ho avuto l'impressione che più che svolte fossero tornanti... qualcosa che sembra far invertire la direzione di marcia, quasi... ma è solo un modo per poter salire... ascendere... verso altre vette... o forse discendere...verso altre profondità... comunque un modo per cambiare dimensione... Un po' come quando si scopre che, mentre si tentava di chiudere un cerchio, si è percorso un tratto circolare sì, ma il cerchio non si chiuderà mai perchè, di fatto, è una spirale...

Ho ricordi di me poco più che bambina con mille domande per la mente, che vertevano tutte più o meno sul senso e significato della vita, alle quali nessuno intorno sapeva rispondere. Da dove vengo davvero? E cosa ci sono venuta a fare, qui, e a che scopo?
Da brava "disadattata", con la magrissima consolazione di avere (forse...o, almeno, così mi dicevano...) un'intelligenza superiore alla media che allora, di certo, non sapevo come impiegare per migliorare la qualità della mia vita, alle soglie dell'adolescenza vivevo da reclusa, relazionandomi al minimo con i compagni di scuola e manifestando un rigetto totale per tutto ciò che era corporeo e connotava il mio essere in carne ed ossa, contrapponendolo a una visione spirituale un po' distorta, piuttosto dis-integrata e dissociata dalla mia realtà quotidiana. Studiavo con voracità (e con voracità mangiavo... ero una "pallina" di un metro e cinquanta centimetri di altezza per più di sessanta chili di peso..."si fa prima a saltarla che a girarle attorno"!), dipingevo e mi dedicavo alla musica per placare le domande che continuavano ad assillarmi, vorticandomi in mente giorno e notte. Non mi bastava. Allora mi rifugiavo in biblioteca e, quando mi stava stretta, in libreria, tuffandomi nei libri il cui titolo mi ispirava. Intorno ai quindici anni, anzichè preoccuparmi di collezionare fidanzatini come sarebbe stato forse naturale a quell'età, navigavo tra l'astrologia, che nella visione Junghiana ed Ermetica mi dava l'idea di un continuum di identità tra l'Uomo e l'Universo, e la filosofia orientale, con una predilezione spiccata per l'induismo e il buddhismo nelle sue varie versioni. Vagheggiavo l'illuminazione, sempre in modo distorto, tentando di ritirarmi dal mondo anzitempo, tanto non mi piaceva.

Paradossalmente, furono proprio alcune tra le tante le pagine scritte che divoravo a spingermi a uscire pian piano dal guscio di intellettualismo che mi proteggeva apparentemente dal mondo che allora percepivo nemico... pagine che mi ispiravano riflessioni e azioni, prodotti delle elaborazioni interiori che preludevano alla più profonda fase di integrazione che ne seguì, quando compresi il valore dell'esperienza concreta, la quale non poteva fare a meno di quella corporeità che mi consentiva l'esperienza stessa.
Dotata di una grande capacità immaginativa che mi permetteva di immedesimarmi rapidamente in ciò che incontravo tramite la lettura, avevo così tanto sviluppata la tendenza a "far mio" ciò che leggevo che, via via in breve tempo, dimenticavo la fonte dalla quale avevo attinto. Così, negli anni, di biblioteca in biblioteca, di trasloco in trasloco, di prestito in prestito, lasciavo o regalavo (perchè non sempre ciò che si presta ritorna...) alcune pietre miliari dei disvelamenti prodottisi nella mia coscienza durante la lettura, disvelamenti che avevano preparato il terreno a quelle esperienze concrete che mi avrebbero finalmente trasformata.
Sì, perchè fu la scoperta del corpo come strumento concreto, "reale", di esperienza psicologica e, oserei dire, spirituale, a permettermi di trasformarmi, o forse di svelarmi o, appunto, scoprirmi, lasciando emergere finalmente la natura che mi caratterizzava profondamente al di là del guscio di restrizioni fisiche, emotive e mentali nel quale mi nascondevo e che per lungo tempo mi aveva supportata.
La scoperta venne tardi, dopo i vent'anni, grazie ai dolori accumulati studiando malamente il pianoforte fino a un soffertissimo (è il caso di dirlo...) diploma. Per liberarmi da quei dolori fui costretta a fare i conti con la mia struttura fisica, e compresi vivamente che a nulla mi servivano tante speculazioni intellettual-filosofico-spirituali, visto che la mia mente non poteva sussistere avulsa dalla mia realtà fisica... quel corpo che mi rappresentava nel mondo, che mi permetteva di incamerare stimoli, percezioni ed esperienze sentendo, e di manifestarmi nell'azione (in una parola, vivere)...

Fu una scoperta dolorosa e potente, che mi spalancò le porte di un nuovo modo di vivere davvero, realizzandolo in quel qui e ora che prima di quel momento credevo un'astrazione. Era come nascere ...davvero, finalmente.
La scoperta, ovviamente, era stata ben preparata. E la preparazione era avvenuta tramite incontri davvero opportuni per quanto a volte apparentemente casuali, a loro volta preceduti da opportune letture.

Quante volte, in questi ultimi anni che hanno visto svolte ulteriori e, molto recentemente, una rinascita, mi sono chiesta quali fra i tanti, tantissimi libri da me letti in quella fase di preparazione che per me coincise con l'adolescenza e il periodo seguente, fossero stati i più significativi e illuminanti.
Sapevo di aver dimenticato, o più probabilmente rimosso, alcuni autori geniali e "scomodi" quanto lo era stato il dolore che pure mi aveva spinto alla svolta primaria, a quell'inversione di marcia (o, almeno, a quel grosso tornante...) che mi riportava al corpo e alla vita dopo anni di tentativi di autodistruzione perpetrati nel nome di uno spirito preteso e presunto al di là della vita stessa.

E proprio ora, in questi ultimi giorni e settimane che mi hanno vista interrogare su cosa e come mi ha permesso di arrivare fin qui, così come sono adesso... perchè me lo sono chiesto spesso, dal 1 marzo (un'altro tornante... e che tornante! Sono "tornata" per miracolo... vedi "Rinascita" ... si trova nell'indice...)... proprio ora, uno di quei libri ritorna... o dovrei scrivere: quel libro ritorna...
Perchè se c'è stato un libro che adesso, rileggendolo, riconosco di aver rimosso per quanto mi aveva toccata, colpita e sconcertata, che ha continuato a lavorarmi dentro per anni in modo subliminale tanto da trasformare radicalmente la visione e percezione di me stessa e del mondo, e da indurmi perfino alla scelta di un soprannome del quale solo adesso, rileggendo il libro da capo a fondo, ho riconosciuto l'origine e il motivo, quello è Lo Zen e l'Arte della Manutenzione della Motocicletta.

Rileggendolo in questi giorni, pagina dopo pagina, mi sono ritrovata a piangere non una volta sola. Perchè è come se più di vent'anni di storia, la mia storia di vita, della vita che riconosco dai giorni della scoperta di me, ritrovassero finalmente ordine.
Resto ancora una volta sconcertata da quei processi attraverso i quali quando una cosa è troppo per essere integrata al momento in cui si presenta, eppure viene riconosciuta come fondamentale, viene serbata in qualche luogo recondito nell'intimo, e da lì rilascia lentamente i suoi principi... guidandoci subliminalmente nella direzione dovuta...quella di ciò che dobbiamo a noi stessi...

Qual è la differenza tra chi viaggia in motocicletta sapendo come la moto funziona e chi non lo sa? In che misura ci si deve occupare della manutenzione della propria motocicletta?...

"La vera motocicletta a cui state lavorando è una moto che si chiama voi stessi. La macchina che sembra 'là fuori' e la persona che sembra 'qui dentro' non sono separate. Crescono insieme verso la Qualità o insieme se ne allontanano."

A chi non ha letto questo libro di Robert M. Pirsig probabilmente queste frasi non diranno granchè. O, forse, muoveranno la curiosità di leggerlo... Adesso, rileggendo queste frasi, mi ricordo del momento in cui smisi di delegare ad altri la cura di me stessa, prendendomi amorevolmente la responsabilità di quella cura e della crescita verso quella Qualità che sostiene, guida e orienta il mio viaggiare... anche se l'ho chiamata e la chiamo in mille altre maniere, è proprio quella Qualità che mi permette di sentirmi presente e lasciarmi andare al fluire... oltre i confini, al di là di ogni distinzione...
Grazie, Antonio. Non saprai mai quanto avevi ragione dicendo che consigliarmi di (ri-) leggere quel libro (e di leggere il seguente) era il più bel regalo che mi potessi fare.

...da più di vent'anni, gli Amici mi chiamano "Mu"...